Archive for the 'Manutenzione del verde' Category

Gennaio 19th 2008

Il drenaggio nei giardini, nelle fioriere e nei terrazzi pensili.

Un terreno “franco” o di medio impasto possiede caratteristiche litologiche intermedie dove nessuno dei componenti fondamentali tende a prevalere nettamente.

clip_image002La sabbia si mantiene su valori medi ed il limo e l’argilla sono discretamente rappresentati. Può manifestarsi una più spiccata prevalenza di un componente sugli altri: si ha allora un terreno franco-sabbioso, o o francoargilloso.

Se contengono una buona dose di calcare, di humus e di sostanze organiche, hanno spiccata fertilità ed attitudine ad essere coltivati. Se la frazione di sabbia si mantiene in un 50% ed il limo e l’argilla rispettivamente nel 30 e 15 %, l’acqua meteorica e quella di irrigazione saranno trattenute nella giusta quantità e quella in eccesso avrà la possibilità di allontanarsi per gravità verso gli strati sottostanti; se invece la sabbia ed il limo saranno presenti per un 30% ciascuno e l’argilla, quindi, oltre tale quantità i problemi di ritenzione idrica si evidenzieranno negativamente in quanto si avranno notevoli ed evidenti ristagni d’acqua.

E’ chiaro che la dotazione di humus se non inferiore al 4-5 % potrà mediare fenomeni di ritenzione come quelli di ruscellamento, ma non è difficile che anche buoni substrati possano degenerare e si debba comunque intervenire con un opportuno ammendamento.

Nel caso di siti dove la quantità di terreno è esigua come nelle fioriere e nei giardini pensili è doveroso, oltre che intervenire con un buon mezzano impasto, dotare l’impianto di un buon drenaggio. L’acqua che ristagna appesantisce ogni manufatto, crea situazioni di asfissia e determina spesso il fallimento delle piante che coltiviamo.

clip_image004Il sistema più semplice per evitare l’accumulo indesiderato di acqua si basa sull’utilizzo di materiali inerti leggeri posti nel fondo della struttura, generalmente è sufficiente un 20 % in altezza di argilla espansa o pomice, ricoperti da un tessuto filtrante che eviti la contaminazione del terreno di coltivo, ovvero gli interstizi vuoti lasciati dall’inerte potrebbero essere occupati da una fase minuta di terra e quindi vanificare l’effetto drenante. clip_image006

Con una spesa sensibilmente superiore oggi si usa stendere un materassino di drenaggio (stuoia drenante) costituito da uno strato di fibra di cocco contenuto a sandwich tra due tessuti-non-tessuti ( geotessile, T.N.T.), posti in modo da far defluire i flussi idrici di eccesso verso un tubo drenante od una caditoia. Materassini ed inerti vanno posizionati sempre su una guaina in resina che rappresenta lo strato impermeabile a difesa dei manufatti di contenimento che ha la non secondaria azione di opporsi ai movimenti esplorativi delle radici.

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Giugno 1st 2007

Insediamenti urbani; salvaguardia del paesaggio

Anche nell’intreccio apparentemente caotico degli insediamenti urbani si possono ritrovare i connotati di un paesaggio. Individuarne i parametri signi­fica dare un ordine perlomeno teorico alla città, e porre dei vincoli a cui sottoporre le scelte urbanistiche.

I numerosi esempi di trasformazione e compromissione territoriale (Gioia Tauro, Taranto, Ivrea, Brescia, gli stessi hinterland di Roma, Napoli, Mila­no, Torino) compiute negli ultimi decenni denunciano che lo studio e la salvaguardia del paesaggio urbano sono altrettanto pressanti di quelli dei paesaggi più tradizionali.

L’analisi del paesaggio urbano è per certi aspetti la più difficile, poiché non esiste un modello paesaggistico cui rifarsi. Non si tratta di ricostruire, ma di scoprire ex novo delle soluzioni per un ambiente in continua e disorganica trasformazione, in cui gli elementi evolvono indipendentemente l’uno dall’al­tro e non necessariamente verso uno stato di ordine e armonia. La matrice nella quale vengono inseriti gli elementi presi da altri paesaggi (vegetazione, acque, fauna) è sfavorevole alla vita animale e vegetale; in queste condizioni ogni errore di introduzione non si reintegra per forza propria nell’ambiente, ma viene acuito e aggravato.

Nell’ambito del paesaggio urbano si possono individuare alcune differenziazioni.

Il paesaggio degli insediamenti residenziali.

In molte città italiane il cre­scere dell’urbanizzazione ha semplicemente significato il progressivo acco­stamento di casa a casa, senza un preciso disegno urbanistico e, di conse­guenza, paesistico. Negli insediamenti residenziali più recenti, sorti nelle zone periferiche delle città, con maggiori disponibilità di spazio e sotto la spinta di maggiori esigenze di arredo verde, si è sviluppato il paesaggio dei grandi condomini con giardino e delle villette unifamiliari. Spesso, anche in questo tipo di paesaggio, non si riscontrano connotati di armonia stilistica o

strutturale dei fabbricati e della viabilità; si è invece creata una certa omoge­neità (che a volte sconfina nella ripetitività) nel paesaggio vegetazione, edificato dagli alberi e arbusti prevalenti nei giardini (Acer, Cedrus, Betulla, Forsythia, Lagerstroemia, Magnolia, età.).

Il paesaggio degli insediamenti industriali e commerciali.

Nella maggior parte dei casi è caotico ed essenziale, senza altri elementi che i fabbricati, le aree di servizio e i parcheggi. Soltanto gli impianti di maggiori dimensioni presentano qualche connotato di arredo verde (a scopo di rappresentanza, oppure nei parcheggi).

Il paesaggio stradale urbano.

Esso offre una certa varietà di aspetti. Qui le restrizioni spaziali e biologiche dell’ambiente urbano si sovrappongono alle esigenze collettive di arredo, rappresentanza, miglioramento microclimatico. L’elemento diversificante è la vegetazione . A seconda delle dimensioni, del tipo e dell’intensità del traffico, della dislocazione della stra­da, il paesaggio viene edificato dall’alberatura a filare (con specie più o meno sviluppate), dalla cespugliosa divisoria tra le corsie, dall’aiuola spartitraffico, e così via. Non basta però l’elemento vegetale in sé per fare della sede stradale un tratto paesistico; la scelta di piante inadatte, anziché dare armo­nia e ordine, contribuisce a rendere ancora più stridente l’accostamento degli elementi. E’ il caso, ad esempio, degli alberi deperimenti perché ecologicamen­te estranei all’ambiente, o delle aiuole inselvatichite per carenza di manuten­zione.

Il paesaggio dei centri storici.

Questo paesaggio è particolarmente impor­tante in un paese dal passato ricco come l’Italia. La conservazione e la ricostruzione di ambienti storici sono molto delicate per lo sforzo di «riprogettazione» in retrospettiva e secondo criteri estetici diversi da quelli odierni.

Inserire un qualunque elemento richiede un’attenta analisi delle forme, dei materiali e della dislocazione. In diverse città italiane l’effetto estetico e monumentale di piazze e vie è sminuito, o addirittura compromesso, dall’in­serimento di elementi contrastanti: fioriere in materiali troppo marcatamen­te moderni, o con forme inadatte; le stesse piante possono contribuire a valorizzare le forme o gli elementi architettonici di palazzi e statue, così come a confonderli. Grande importanza hanno anche la segnaletica e le strutture viarie.

Tratto da manuale di progettazione degli spazi verdi di Agostani e Marinoni

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Maggio 27th 2007

Le aree verdi e l’analisi del paessaggio

Lo studio delle forme e dei connotati del paesaggio riveste grande importanza nella progettazione e nel recupero delle aree verdi.

Benché non sia un’entità rigorosamente definibile, il paesaggio presenta quattro principali categorie di caratteri:

  • Morfologici, relativi all’andamento della porzione visibile del territorio: montagne, colline, valli, pianure, mari, etc.
  • Ecologici, riguardanti principalmente la composizione della flora e della fauna.
  • Antropici, consistenti nelle opere realizzate dall’uomo: insediamenti, vie di traffico, infrastrutture, attività minerarie e di cava, coltivazioni agrico­le, etc.
  • Strutturali, relativi al modo con cui si combinano i tre caratteri preceden­temente descritti.

Analizzare il paesaggio significa soprattutto studiarne l’aspetto strutturale, partendo dalla conoscenza degli aspetti morfologici, ecologici e antropici. Il paesaggio infatti trae origine da una combinazione di elementi diversi, che possono essere più o meno in equilibrio tra loro e formare un’entità armonica o disarmonica.

La ricostruzione paesistica negli spazi verdi mira a individuare gli elementi di armonia (siano essi naturali od opera dell’uomo) e a trasporli nei parchi, nei giardini e nelle altre; sistemazioni a verde. E quindi un settore di studio basato su criteri non soltanto tecnico-scientifici, ma anche estetici.

Ai fini di una descrizione generale del paesaggio italiano sono state indivi­duate alcune tipologie prevalenti: paesaggio della zona umida, delle coste marine, di pianura, agricolo-forestale, urbano. Sono le tipologie più frequen­temente oggetto di intervento.

Di esse vengono prese in esame soprattutto le caratteristiche strutturali, mentre gli aspetti morfologici, ecologici e antropici specifici sono oggetto di studio di ogni singolo caso.

Tratto da Agostoni e Marinoni

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Aprile 26th 2007

Potature in ambiente urbano

tratto da “Manuale per tecnici del Verde Urbano”.

INTRODUZIONE ALLE POTATURE:

Così come le lettere dell’alfabeto, opportunamente abbinate fra loro, ci consentono di parlare ed “esprimerci”, così le tecniche ed i tipi di potatura, opportunamente combinati fra loro, consentono al potatore di “esprimere” la propria professionalità realizzando corretti interventi cesori nel rispetto delle esigenze dei vegetali e dell’habitat in cui sono posti a dimora.

I concetti generali di potatura che verranno sviluppati riguardano le specie ornamentali in senso lato con un approfondimento particolare verso le tecniche cesorie applicate alle specie di più comune impiego nel verde urbano.
Nell’ambito delle coltivazioni legnose ornamentali, almeno due aspetti devono essere tenuti in considerazione per applicare al meglio i criteri di potatura:

  1. I gruppi con caratteristiche omogenee, in cui è possibile suddividere le specie ornamentali;
  2. L’ubicazione dei soggetti che necessitano di potatura.

Il primo aspetto permette di suddividere le specie ornamentali in tre grandi gruppi:

  • alberi a foglia caduca;
  • alberi sempreverdi: latifoglie e conifere;
  • arbusti a foglia caduca e persistente.

Come si vedrà, ognuno di tali gruppi richiede interventi di potatura ben determinati e spesso sostanzialmente diversi fra loro.

Il secondo aspetto relativo all’ubicazione dei soggetti da potare assume particolare importanza per le specie arboree. Infatti i concetti di seguito analizzati, pur ispirandosi generalmente al rispetto del portamento naturale delle diverse specie ed alla limitazione degli interventi cesori ai casi di stretta necessità, sono indirizzati prevalentemente alla manutenzione delle alberate stradali dove, a causa dei vincoli urbani esistenti, è necessario intervenire in modo più complesso ed articolato.

Considerato infine:

  • l’elevato numero di specie rientranti in ciascun gruppo precedentemente citato;
  • il diverso modo che ogni singola specie ha di estrinsecare ì propri valori estetici ed ornamentali;
  • il diverso portamento naturale che caratterizza ogni soggetto;
  • si è ritenuto opportuno affrontare il tema della potatura facendo riferimento a tre grandi gruppi di specie ornamentali:
    1. Alberi a foglia caduca: con approfondimento delle tecniche e dei criteri generali di potatura riferiti in particolare alle alberate urbane.
    2. Alberi sempreverdi: (latifoglie e conifere) con riferimento ai criteri generali ed alla manutenzione del patrimonio arboreo di parchi collinari ed aree boscate.
    3. Arbusti: con riferimento ai criteri generali, ed approfondimento per le specie di uso più comune all’interno dei vari sottogruppi di appartenenza.

POTATURA DEGLI ALBERI ORNAMENTALI SPOGLIANTI - Finalità della potatura.
In generale la potatura, intesa nella sua accezione moderna, ha perso il suo antico carattere di “arte”, per diventare oggigiorno una operazione di tecnica colturale basata su precise nozioni scientifiche.

Lo scopo principale che si vuole ottenere con la sua applicazione è quello di regolare l’attività vegetativa in funzione della produzione nelle piante da frutto, oppure del valore estetico-funzionale (ornamentale) in quelle ornamentali.

In particolare, per quanto riguarda l’ambiente urbano, essa deve essere finalizzata al conseguimento di alcuni obiettivi come:

  • favorire la longevità della pianta;
  • mantenere il più possibile il portamento scelto (naturale o in forma obbligata);
  • risolvere problemi di stabilità, verticalità ed ingombro;
  • rimuovere focolai di infezione, soprattutto fungina.

Inoltre, nel rispetto degli scopi primari che si prefigge la gestione del verde urbano, è importante che le operazioni di potatura mirino innanzitutto alla rimozione dei possibili rischi verso i fruitori (schianti, cadute, ecc.) attraverso la eliminazione sollecita dei rami secchi e delle branche cariate, nonché ad assicurare la massima longevità possibile delle piante evitando loro per quanto possibile mutilazioni immotivate della chioma.

A fronte di quanto finora esposto, risulta evidente come, pure essendo teoricamente dimostrabile che una pianta non potata vive più a lungo di una potata, purtroppo in città l’albero ornamentale non sempre può essere lasciato crescere spontaneamente.

Esso infatti deve essere “guidato” e impostato affinché riesca a vegetare in un ambiente atrofizzato ed inquinato qual è quello urbano, caratterizzato da investimenti con sesti di impianto ravvicinati, piante deperite e senescenti, uso di varietà a grande sviluppo in ambienti ristretti, traumi e vincoli dovuti al traffico ed alle esigenze della vita cittadina.

A conferma di quanto esposto, è importante ricordare che il termine “potare” non deve essere erroneamente considerato come analogo di”tagliare” o “sbrancare”, ma va inteso come quel complesso di interventi compiuti sulla chioma, aventi lo scopo di assecondare o modificare se necessario la naturale tendenza dell’albero, per indirizzarla al raggiungimento degli obiettivi richiesti dall’habitat urbano e descritti precedentemente.

Operazioni di potatura

Le operazioni di potatura sono le tecniche elementari che il potatore sceglie e combina più opportunamente fra loro per attuare i diversi tipi di intervento.
Tali operazioni sono rappresentate da:

  • spuntatura
  • speronatura
  • diradamento
  • taglio di ritorno

Per esemplificare i concetti entreremo nel merito delle singole operazioni di potatura descrivendo innanzitutto in cosa consiste l’intervento e poi quali effetti fisiologici produce sulle piante.

E’ importante precisare come, a parità di legno asportato, ognuna delle quattro operazioni di potatura non produce effetti identici ma determina una differente reazione del vegetale.

Gli schemi seguenti illustrano, le operazioni descritte nel testo, il quarto il risultato della loro combinazione nell’intervento complessivo di potatura.

SPUNTATURA

Si tratta di un’operazione con la quale, intervenendo sulla parte apicale di un ramo o di una branca, si asporta una ridotta quantità di legno (taglio lungo).

Potature in ambiente urbanoAmbiente urbano; manutenzione del verde e potatura

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Gennaio 29th 2007

Elegantissimi, giganteschi pini svettano su una compatta barriera di lecci.

“Pinus pulcherrima”. Il più bello dei pini.

Questo è l’appellativo che Virgilio dedicò al maestoso, sganciato, elegante pino domestico.
Tanti definiscono “pino marittimo” il pino domestico, o a ombrello o da pinoli (Pinus pinea); in realtà botanici e forestali destinano questo appellativo al pinastro (Pinus pinaster), di cui tra breve faremola conoscenza.

Pinus-pulcherrimaColtivato e messo a dimora già dagli Etruschi, prima ancora che dai Romani, ai nostri occhi il pino domestico appare come uno degli elementi che maggiormente caratterizzano il paesaggio mediterraneo, sia come albero isolato, svettante in punti panoramici, sia in filari di individui, insediati lungo ripidi crinali digradanti verso il mare, sia come gruppo di esemplari coetanei, inseriti a far bella mostra di sé nei parchi e nei giardini. Il tronco, agile e possente al tempo stesso, prosegue con una serie di robuste ramificazioni, sostegno di una chioma ombrelliforme, espansa, di colore verde scuro. Inconfondibile.

Pregi estetici così rilevanti fanno sorgere, spontanea, una domanda: non varrebbe la pena di diffondere ancor più la specie negli ambiti naturali? E’ chiaro che ognuno deve essere libero di valutare la questione in piena autonomia di giudizio; vorrei solo pregare il lettore di riflettere con attenzione su alcuni aspetti, non secondari, del problema.

Devo confessarvi che ho un curriculum “verde” che molti giudicano di tutto rispetto; al tempo stesso non ho mai potuto soffrire quelli che, speditivamente, definisco “Khomeinisti dell’ambiente”: la natura deve essere difesa con competenza, equilibrio e sensibilità; le posizioni oltranziste non giovano certo alla causa dell’ecologia. Tornando al nostro discorso, si tratta di decidere se abbiamo il diritto di considerare l’ambiente naturale alla stessa stregua di un poggiolo, un’aiuola, un parco, un giardino. La mia risposta è “no”.

In simili ambiti è lecito inserire specie esotiche: basta rispettarne il più possibile le esigenze ecologiche. Un manto vegetale naturale, invece, che sia prossimo ad un equilibrio con l’ambiente o che questo equilibrio abbia raggiunto, deve essere considerato, a mio giudizio, depositario anche di un valore culturale, alla stessa stregua di un bel paese, antico e ben conservato. Se vi sono esigenze economiche primarie e l’ambito che consideriamo non ha pregi naturalistici e scientifici rilevanti, è lecito modificare una copertura vegetale; in caso contrario, a mio avviso, no.

Veniamo al pino domestico: gli esemplari adulti oggi presenti in Italia sono tutti frutto di piantagioni operate dall’uomo; la specie non si inserisce autonomamente nel dinamismo della vegetazione spontanea in quanto non riesce a diffondersi negli ambienti naturali: eventuali giovani esemplari nati da seme soccombono di fronte alla competizione di arbusti ed alberi (soprattutto lecci), assai più “prepotenti”. Da ultimo le chiome del pino domestico sono terribilmente sensibili all’impatto del detersivo e del sale marino che venti impetuosi, ed impietosi, sottraggono al mare e destinano alle chiome dei vegetali costieri.
Un emblematico esempio negativo lo riscontriamo nel Ravennate ed in Versilia, dove celebri pinete lungo la linea di costa sono state sterminate, mentre gli esemplari situati più internamente svettano al di sopra di una selva di lecci o di una vegetazione intricata in cui eventuali discendenti dei pini non hanno scampo.

Vale la pena di continuare a “costruire” manti vegetali incapaci di conservarsi nel tempo senza successivi, onerosi, interventi dell’uomo? Visto che le risorse a disposizione della nostra comunità non sono mai sufficienti, io sono dell’opinione che sia opportuno, di regola, accelerare l’evoluzione naturale ed ottenere, nel più breve tempo possibile, al posto di vecchie pinete in inarrestabile degrado, un manto arboreo di ottimo livello qualitativo ed estetico, la leceta, capace di conservarsi autonomamente nel tempo.

Dovremo dunque dire addio ai nostri possenti, meravigliosi pini domestici? Assolutamente no: destiniamoli, però, a parchi e giardini anche privati, dove vi sia dovizia di spazio con costringiamoti entro limiti angusti, resiste una sana mania di esigere fin dall’inizio un effetto di “barriera verde continua”, al momento della messa a dimora, teniamo presenti le dimensioni che gli esemplari adulti fatalmente tendono ad assumere, disponiamoli ben distanziati.

Col tempo saremo gratificati da alberi robusti, ben equilibrati, col baricentro all’interno della base di appoggio, dotati di un robusto apparato radicale e di una chioma perfetta. Sempre che tra il mare e gli esemplari si frapponga un ostacolo, costone naturale, muro, palazzo, che intercetti un vento carico di veleni. Ah, se le massaie usassero meno detersivo e più “olio di gomito”.

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Dicembre 29th 2006

Gli elementi nutritivi e le piante

Gli elementi nutritivi si distinguono in macroelementi (azoto, fosforo, potassio, magnesio, calcio, zolfo) e microelementi (ferro, zinco, boro, manganese…) in rapporto alla quantità di essi di cui hanno bisogno le piante.

I macroelementi partecipano alla formazione della sostanza organica sono cioè plastici (come l’azoto, il fosforo, il magnesio, lo zolfo), oppure intervengono nel regolare gli scambi ionici e l’attività citoplasmatica (potassio, calcio, magnesio); i microelementi agiscono invece come catalizzatori in vari processi biochimici e sono ugualmente indispensabili benché in minor quantità.

Gli elementi nutritivi essenziali per la fertilità sono:

Azoto. L’azoto deriva dalla decomposizione, ad opera dei microrganismi del terreno, della sostanza organica che attraverso la fase intermedia ammoniacale dà luogo ad azoto nitrico. Esso viene assorbito da quasi tutte le piante sotto forma nitrica. Tale forma non è trattenuta dal potere adsorbente del terreno ed è soggetta al dilavamento. L’azoto è uno dei principali costituenti delle proteine ma entra anche nella composizione della clorofilla.

È l’elemento che più influisce sull’accrescimento vegetale.

Fosforo. Si trova nel terreno legato alla sostanza organica dalla quale viene ceduto lentamente sotto forma di fosfati di calcio o ferro spesso sotto forma poco solubile per cui non tutto il fosforo presente nel terreno è utilizzabile per le piante. È fissato dal potere adsorbente e non viene dilavato.
Questo elemento partecipa alla formazione di numerose proteine e in¬terviene in processi biologici fondamentali, quali la respirazione, il metabolismo dei glucidi. La carenza di fosforo comporta una riduzione dello sviluppo della pianta.

Potassio. È il principale costituente delle ceneri dei vegetali. Si trova nel terreno per decomposizione della sostanza organica e come costituente delle argille. Non è dilavabile perché trattenuto dal potere adsorbente.
Non partecipa alla costituzione di composti definiti, ma interviene in numerosi processi metabolici: sintesi dei glucidi e delle proteine, processo osmotico…
La carenza di potassio porta al disseccamento del margine fogliare e a una diminuzione della resistenza al freddo.

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Ottobre 18th 2006

Rigenerazione del prato, come fare la manutenzione del manto erboso

Dopo un certo periodo un prato può degradarsi e assu­mere un aspetto trascurato con la superficie erbosa di­radata, ingiallimenti in vari punti e diverse aree brulle.

Questo inconveniente è dovuto a svariati motivi: ecces­siva compattazione in seguito a calpestio, annaffiature, passaggio dei macchinari, invasioni di infestanti o attacchi parassitari estesi, siccità prolungata, ecc. Per ov­viare a tutto ciò è necessario ricostituire una struttura del terreno che garantisca una buona aerazione e riportare il livello della fertilità a valori adeguati.

La rigenerazione consente il rinnovo di un prato rado e impoverito senza rifarlo completamente; rispetto al rifacimento i ecc.), la composizione e la struttura del terreno equili­brate (se cioè si può evitare l’aggiunta di torba, letame, correttivi, ecc…) e infine una certa regolarità del livello del prato. Vediamo ora le operazioni da effettuare per una corretta rigenerazione:

  1. tosare l’erba più bassa possibile, preferibilmente con un tosaerba provvisto di cestello o raccogliendo succes­sivamente lo sfalcio con un rastrello;
  2. arieggiare e asportare il `feltro’ che impedirebbe al seme di arrivare a contatto con il terreno: è necessario un arieggiatore manuale, detto anche rastrello a coltel­li, per le piccole superfici ; oppure un `motoa­rieggiatore’ per le aree più grandi; quest’ultimo viene normalmente noleggiato da tutti i negozi di giardinag­gio; consigliamo di effettuare due passaggi incrociati in modo da non tralasciare nessun punto; in alternativa ai motoarieggiatori, soprattutto per aree estese e per impianti sportivi, si effettua una bucatura;
  3. rastrellare con cura la superficie per togliere ogni re­siduo;
  4. seminare, possibilmente con uno spandiconcime per avere uniformità; per questa operazione esistono in commercio appositi miscugli per rigenerazione che hanno il vantaggio di contenere specie a crescita rapida che formano una superficie fitta e robusta; nella scelta occorre comunque considerare le essenze presenti nel vecchio prato ed evitare varietà grossolane a meno che non compaiano nel miscuglio precedentemente usato; la dose di semente da usare deve essere sufficiente per ottenere una buona densità di piantine (20-25 kg ogni 1000 m2);
  5. distribuire un buon concime leggermente azotato e preferibilmente di quelli a lento effetto. Per questa operazione usare preferibilmente uno spandiconcime;
  6. coprire con uno straterello di torba o terriccio in mo­do da proteggere il seme da un’eccessiva evaporazione e dagli uccellini. Si può anche usare torba mista a sab­bia (per ogni balla di torba si usano 0,5 m3 di sabbia). La dose di terriccio da distribuire è di circa 2 m3 ogni 1000 m2; per la torba sono sufficienti 4-6 balle ogni 1000 m2;
  7. rastrellare leggermente per regolarizzare la distribu­zione della torba o del terriccio;
  8. rullare tutta la superficie per far aderire il seme al terreno;
  9. annaffiare regolarmente tutti i giorni; se l’andamen­to stagionale particolarmente favorevole aiuta con fre­quenti piogge si può evitare di annaffiare ricordandosi però che la superficie del terreno deve essere sempre umida per favorire la germinazione dei semi e il radicamento. Dopo circa 20-30 gg il prato sarà nuovamente in ottime condizioni.

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Giugno 17th 2006

Stagionalità dei lavori di giardinaggio

Rispondo all’amico che mi parlava di stagionalità del suo lavoro nell’agroalimentare.

Purtroppo la mia attività (parlo della costruzione dei giardini e degli impianti di irrigazione) soffre moltissimo dei problemi legati all’epoca di realizzazione, essa inizia a fine aprile, si limita notevolmente dopo agosto e si interrompe del tutto a novembre.

Anche se la mia clientela sa benissimo che avrà necessità nei mesi estivi dell’oggetto della mia attività, si riduce comunque a farmene richiesta esecutiva solo alla vigilia del bisogno, se non proprio durante lo stesso. A nulla è valsa la politica  prestagionale nella quale prometto un sensibile quanto invitante abbassamento dei costi : il 60 % della clientela è capace di contattarti anche due o tre giorni prima della partenza per le vacanze.

Tutto ciò porta ad un superlavoro estivo ed alla classica “grattata di pancia” invernale, tenendo presente che comunque gli impianti realizzati nel periodo di lavoro devono essere per forza di cose di numero limitato e si vanno comunque ad unire ad un necessario lavoro di manutenzione a cui non ci si può certamente esimere.

Al danno si unisce la beffa in quanto per una questione squisitamente etica, alla quale non ci va di derogare, a volte è necessario declinare lavori più convenienti dal punto di vista economico per poter rispettare il rapporto instaurato con clienti di vecchia data.

Non ci rimane quindi che trovare un’attività di complemento che, però, abbia un carattere di staginalità “al contrario”, ma vendere ombrelli o pellicce …è un pò distante dalla ns. attività! 

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