Gennaio 29th 2007
Elegantissimi, giganteschi pini svettano su una compatta barriera di lecci.
“Pinus pulcherrima”. Il più bello dei pini.
Questo è l’appellativo che Virgilio dedicò al maestoso, sganciato, elegante pino domestico.
Tanti definiscono “pino marittimo” il pino domestico, o a ombrello o da pinoli (Pinus pinea); in realtà botanici e forestali destinano questo appellativo al pinastro (Pinus pinaster), di cui tra breve faremola conoscenza.
Coltivato e messo a dimora già dagli Etruschi, prima ancora che dai Romani, ai nostri occhi il pino domestico appare come uno degli elementi che maggiormente caratterizzano il paesaggio mediterraneo, sia come albero isolato, svettante in punti panoramici, sia in filari di individui, insediati lungo ripidi crinali digradanti verso il mare, sia come gruppo di esemplari coetanei, inseriti a far bella mostra di sé nei parchi e nei giardini. Il tronco, agile e possente al tempo stesso, prosegue con una serie di robuste ramificazioni, sostegno di una chioma ombrelliforme, espansa, di colore verde scuro. Inconfondibile.
Pregi estetici così rilevanti fanno sorgere, spontanea, una domanda: non varrebbe la pena di diffondere ancor più la specie negli ambiti naturali? E’ chiaro che ognuno deve essere libero di valutare la questione in piena autonomia di giudizio; vorrei solo pregare il lettore di riflettere con attenzione su alcuni aspetti, non secondari, del problema.
Devo confessarvi che ho un curriculum “verde” che molti giudicano di tutto rispetto; al tempo stesso non ho mai potuto soffrire quelli che, speditivamente, definisco “Khomeinisti dell’ambiente”: la natura deve essere difesa con competenza, equilibrio e sensibilità; le posizioni oltranziste non giovano certo alla causa dell’ecologia. Tornando al nostro discorso, si tratta di decidere se abbiamo il diritto di considerare l’ambiente naturale alla stessa stregua di un poggiolo, un’aiuola, un parco, un giardino. La mia risposta è “no”.
In simili ambiti è lecito inserire specie esotiche: basta rispettarne il più possibile le esigenze ecologiche. Un manto vegetale naturale, invece, che sia prossimo ad un equilibrio con l’ambiente o che questo equilibrio abbia raggiunto, deve essere considerato, a mio giudizio, depositario anche di un valore culturale, alla stessa stregua di un bel paese, antico e ben conservato. Se vi sono esigenze economiche primarie e l’ambito che consideriamo non ha pregi naturalistici e scientifici rilevanti, è lecito modificare una copertura vegetale; in caso contrario, a mio avviso, no.
Veniamo al pino domestico: gli esemplari adulti oggi presenti in Italia sono tutti frutto di piantagioni operate dall’uomo; la specie non si inserisce autonomamente nel dinamismo della vegetazione spontanea in quanto non riesce a diffondersi negli ambienti naturali: eventuali giovani esemplari nati da seme soccombono di fronte alla competizione di arbusti ed alberi (soprattutto lecci), assai più “prepotenti”. Da ultimo le chiome del pino domestico sono terribilmente sensibili all’impatto del detersivo e del sale marino che venti impetuosi, ed impietosi, sottraggono al mare e destinano alle chiome dei vegetali costieri.
Un emblematico esempio negativo lo riscontriamo nel Ravennate ed in Versilia, dove celebri pinete lungo la linea di costa sono state sterminate, mentre gli esemplari situati più internamente svettano al di sopra di una selva di lecci o di una vegetazione intricata in cui eventuali discendenti dei pini non hanno scampo.
Vale la pena di continuare a “costruire” manti vegetali incapaci di conservarsi nel tempo senza successivi, onerosi, interventi dell’uomo? Visto che le risorse a disposizione della nostra comunità non sono mai sufficienti, io sono dell’opinione che sia opportuno, di regola, accelerare l’evoluzione naturale ed ottenere, nel più breve tempo possibile, al posto di vecchie pinete in inarrestabile degrado, un manto arboreo di ottimo livello qualitativo ed estetico, la leceta, capace di conservarsi autonomamente nel tempo.
Dovremo dunque dire addio ai nostri possenti, meravigliosi pini domestici? Assolutamente no: destiniamoli, però, a parchi e giardini anche privati, dove vi sia dovizia di spazio con costringiamoti entro limiti angusti, resiste una sana mania di esigere fin dall’inizio un effetto di “barriera verde continua”, al momento della messa a dimora, teniamo presenti le dimensioni che gli esemplari adulti fatalmente tendono ad assumere, disponiamoli ben distanziati.
Col tempo saremo gratificati da alberi robusti, ben equilibrati, col baricentro all’interno della base di appoggio, dotati di un robusto apparato radicale e di una chioma perfetta. Sempre che tra il mare e gli esemplari si frapponga un ostacolo, costone naturale, muro, palazzo, che intercetti un vento carico di veleni. Ah, se le massaie usassero meno detersivo e più “olio di gomito”.
perché innesca un sistema di vita più naturale in un ambiente, quello urbano, spesso saturo di veleni, durissimo per la vita delle piante e degli altri esseri viventi soprattutto nelle stagioni estreme (inverni ed estati) in cui le escursioni termiche, dalle minime invernali alle massime estive, spesso sfiorano i 100°C. Inoltre, perché il verde sulle case costituisce un filtro all’inquinamento, aiuta a trattenere l’acqua piovana ed a migliorare il clima e, cosa molto importante, serve a risparmiare energia, quel costosissimo riscaldamento e condizionamento, croce dei nostri bilanci familiari.
Quando si progetta un giardino, pensile o no, la scelta delle piante deve tenere conto di quello che è il contesto vegetale naturale della zona. Le piante autoctone, cioè originarie del paesaggio naturale di un determinato luogo, sono la base di una progettazione che si voglia inserire correttamente nel paesaggio. Nei giardini e terrazzi di città poiché l’ambiente vegetale naturale della zona non esiste praticamente più se non a livello potenziale, ci si può ritenere abbastanza liberi nella scelta delle piante e i fattori predominanti delle scelte vegetazionali sono il clima e l’aspetto estetico.